mercoledì 1 aprile 2009

Il tè nel deserto

Quando il peggio sembra passato, il tizio al volante ha un sussulto, agita la mano sul cambio, martella il piede sull’acceleratore e picchia un pugno sul cruscotto. La sua Dodge arrugginita singhiozza fra i canneti e si sgonfia al primo incrocio. Avvolto nel buio e nella kefia, Shamir scende blaterando qualcosa in arabo. Io lo seguo imprecando come viene. Ne so abbastanza per capire che ha staccato la frizione, altro che guasto. Le procedure in quella specie di frontiera sono andate per le lunghe, e lui ha fretta di sbolognarmi. Tutto qui. Il problema non è meccanico. E’ chiarire se oltre a risparmiare tempo vuole anche fregarmi. Nel dubbio, protesto. “Non fare il furbo e rispetta i patti. O niente baksheesh”. La mancia te la scordi, balordo. Nel fazzoletto di territorio siriano appena oltre il confine libanese, la condiscendenza passa facilmente per malleabilità. Che verso mezzanotte sa tanto di vulnerabilità. Meglio fare il duro, insomma. “A destinazione ti ci porta lui” mi rassicura Shamir, indicando un compare mimetizzato nel capannello di impiccioni sbucati dalla campagna. Circondato da una ventina di occhi curiosi, tengo la guardia alta ma abbasso toni e pretese. Anzitutto è il caso di uscire da questa situazione. Così accetto il compromesso e il rischio, salgo a bordo di un pulmino, e dopo mezz’ora di ascesa verso la cittadina di Hosn monto finalmente la tenda ai piedi del Crac des Chevaliers.
Manufatto geopolitico del XX secolo, prodotto del divide et impera occidentale fra le due guerre mondiali, tappeto verde per i rilanci di Inghilterra e Francia nel gioco d’azzardo mediorientale, palcoscenico delle vite da film della regina Zenobia e di Lawrence d’Arabia, nei millenni la mezzaluna fertile a cavallo dell’Eufrate ha attirato civiltà che hanno lasciato testimonianze spettacolari della loro dominazione. Dagli hittiti agli egiziani, dai persiani ai bizantini, dagli ottomani ai mongoli. All’alba del primo giorno in Siria mi sveglio sotto l’aspra imponenza del castello dei cavalieri che otto secoli addietro poteva ospitare 4000 crociati sulla strada verso il Santo Sepolcro, a seguire mi perdo nel fascino ipnotico del mercato di Aleppo, il suq più labirintico, colorato e profumato della Mesopotamia, mi faccio incantare dalla poesia delle scenografiche rovine di Palmira, la sposa del deserto, la città dei datteri e – appunto - delle palme, che non fu mai del tutto romana. Quindi mi faccio solleticare gli occhi dalle abitazioni celesti del villaggio di Maalula e mi lascio attirare dalla suggestione magnetica della basilica di San Simeone, lo scheletro delle mura erette attorno ai resti della colonna di 15 metri in cima alla quale 1600 anni fa un eremita figlio di pastori si rifugiò per pregare, scrivere e dispensare consigli tanto ai devoti quanto alla Chiesa. Visto che non riusciva ad isolarsi dal mondo in orizzontale, Simeone aveva deciso di fuggire in verticale. Perciò trascorse 37 anni, fino alla sua morte, su un pilastro del quale oggi non rimane che una pietra ovoidale. E una pellicola di Buñuel.

Nelle lande un tempo insanguinate dalla ferocia del Saladino, le estati sono segnate dalla lotta all’afa e agli insetti. Nel primo caso l’alleato si chiama chai, il tè aromatizzato offerto da beduini e contadini ad ogni angolo e ad ogni oasi. Bollente com’è, alza la temperatura corporea e rende meno traumatico il rapporto fra l’epidermide e i 40 gradi esterni. Nel secondo caso è una battaglia persa, me li ritrovo anche in bocca. Nel Paese ininterrottamente guidato dalla famiglia Assad dal ‘71, le serate scorrono al ritmo blando delle partite di domino, essenziali come il pane non lievitato intinto nella pasta di ceci, l’hummus, dolci come i pasticcini al miele, speziate come i cibi della regione, inebrianti e innocenti come i narghilé alla frutta. Nella culla degli hammam, i bagni turchi, le notti sono invece militaresche come la canadese che pianto dappertutto - anche ai margini della pista che traccia il Badyyat-ash-Sham, la distesa di sassi percorsa da carovane di pellegrini che dall’Africa musulmana si dirigono annualmente a La Mecca via Baghdad – e che ripiego solo entrando a Damasco. Un tempo definita ‘la perla tempestata di diamanti’, per i parchi e i giardini, la città che contende ad altri centri del vicino oriente il titolo di abitato più antico del mondo è oggi un agglomerato variegato, zeppo di parabole, che ospita un terzo dei siriani, minoranze curde, cristiano-maronite, armene e circasse, centinaia di migliaia di profughi iracheni e persino genti che si esprimono in aramaico, l’antica lingua della Bibbia. La storia si respira, i precedetti tramandati dallo stile di vita nomade si toccano con mano. Primo fra tutti, l’accoglienza verso lo straniero. Non mi sorprende, insomma, che due figli di allevatori di piccioni - i kashkash – mi invitino subito a sorseggiare thé alla menta e a far gorgogliare pipe piene di tabacco alla mela nel loro cortile. Né che l’indomani mi guidino alla moschea degli Omayyadi, il luogo sacro che custodisce la testa di Giovanni il Battista e nel quale – primo Papa della storia – Karol Wojtyla di lì a poco si toglierà le scarpe in segno di rispetto verso i fratelli musulmani. Né, infine, che mi accompagnino alla ricerca di uno dei taxi collettivi diretti in Giordania. Stavolta per evitare sorprese mi metto in marcia in pieno giorno. Eppure ad Amman arrivo solo quando il sole è già tramontato e mi devo accontentare di dormire sul tetto dell’edificio attiguo alla moschea di Re Hussein, bivacco notturno di decine di barboni.



(IN TEORIA tratto da Ulisse n.296 - Aprile 2009)

giovedì 5 marzo 2009

I soliti sospetti


martedì 3 marzo 2009

Indurain

Lo sghiribizzo gli era venuto davanti a quel cartello Wanted for Bosnia. Marco oscillava fra il Salento e Roma all'andamento lento degli appelli universitari, ma a vent'anni non poteva dire di aver viaggiato. Se non con la mente. Così quell'esperienza da volontario tra i resti di Vidovice gli aveva spalancato una finestra sul mondo. E un anno dopo aver finito di spalare macerie e distribuire mattoni - quando il calendario lasciava all'inverno le ultime cartucce - mi aveva seguito di nuovo. Stavolta in treno, verso la penisola iberica, con lo zaino in spalla, le tasche vuote degli studenti che desiderano sempre più di quel che raggranellano. E la sua chitarra. Se serve, ci mettiamo a chiedere l'elemosina, diceva. Peccato che io sono una campana e lui non è Mark Knopfler. Il cielo sembrava già quello di primavera. A metà marzo, Barcellona era già solare e magnetica, Madrid già frenetica e nottambula, Toledo già mistica e sognante, Siviglia già fresca e fatale, Cordoba già irresistibilmente abbagliante, Granada orgogliosa e ammaliante. Dame limosna, mujer, que no hay en la vida nada como la pena de no volver, confermava una fontana dell'Alhambra. Per due settimane saltellavamo fra gemme d’architettura cristiana, moresca e aragonese ancora risparmiate dai serpentoni umani del turismo estivo, camminavamo fra i vicoli di città calde e civettuole, vive e vivibili, oniriche e ideali. Ancora più a sud, oltre Malaga e la Costa del Sol, fra i peschi in fiore e le sedie di vimini sparpagliate davanti ai bar all'aperto, Cadice ci regalava nove gol in un'unica serata di Copa del Rey fra Barça e Atletico. Cosa sarebbe la vita senza il calcio, titolavano i giornali l'indomani, quando ci tuffavamo fuori stagione nelle acque gelide dell'oceano, prima di arrampicarci oltre la sierra e restare a bocca aperta davanti al tramonto infuocato di Caceres. Avessimo attinto anche a sangria e paella, la Spagna ci avrebbe offerto ogni sfumatura del suo profilo migliore. Invece ad ogni pasto consumavamo un filone di pane e salame. Ad ogni notte sperimentavamo un tugurio diverso. Ad ogni spostamento macinavamo chilometri di asfalto. Fino all'altolà imposto dal porto di Algeciras. Marco non ha il passaporto e in Africa non possiamo scendere. “Tanto vale andare Pamplona” spara, sornione. Lo squadro. Vabbé che il Marocco è fuori Schengen, Andorra fuori budget, Gibilterra fuori tema e la Francia fuori mano, ma la corsa dei tori amata da Hemingway scatta fra quattro mesi e scommetterei che l'idea non ha nulla a che spartire né col cammino di Santiago né con San Ignacio di Loyola. Semmai c’entra il fatto che quell'appendice dei Paesi Baschi che è la Navarra ha dato i natali al vincitore di cinque Tour de France, al padrone incontrastato delle strade europee dei primi anni Novanta, all'uomo che solo dopo l'oro olimpico di Atlanta ha appeso la bicicletta al chiodo. E che il primo amore di Marco è proprio il ciclismo.
Scusa ma come lo troviamo, Miguel Indurain? gli chiedo. E' cresciuto in un paesino che si chiama Villava, mi sento rispondere. E abita ancora lì? Sì, replica lui sicuro. E come riconosciamo la casa? Ho visto un servizio fotografico su una rivista. Ma se non riconosceresti neanche la tua, protesto, quando ormai abbiamo già lasciato la stazione dei treni di Pamplona. Vorrei minacciarlo – tipo: se non lo troviamo ti stacco le orecchie a morsi - ma dopo settimane di notti sui sedili di treni a scartamento ridotto non ne ho la forza. Ed evito pure di chiedergli come ci andiamo, a casa Indurain, solo perché la risposta già la conosco. A piedi. Perciò risparmio il fiato e mi metto in moto. Ma stavolta la chitarra la porta lui. Fondata dai romani nel 75 a.C., saccheggiata dagli ostrogoti, teatro di battaglie fra Carlo Magno e gli arabi, nucleo del regno che si opponeva alla corona di Castiglia, Pamplona non vanta solo il più alto tenore di vita della Spagna odierna, ma anche alcune vestigia del ricco passato. Invece lungo la strada per Villava incocciamo solo due cliniche e una dozzina di rotonde. "Qui abitano i genitori, Miguel s'è trasferito oltre le colline" ci dicono i vicini, quando abbiamo marciato 5 chilometri e lo zaino mi ha già deformato entrambe le clavicole. Da Villava ci vuole un'altra ora di saliscendi fra villaggi prima di arrivare in località Olaz. E lì ci vogliono alcune scampanellate a vuoto ("Se negano insisti, perché fingono: la casa è PROPRIO questa!") prima di spuntare la villetta giusta. Vuota, nel senso che la famiglia Indurain non c'è. "Dài, scriviamo un biglietto con i saluti per lui, la moglie e il figlioletto" suggerisce Marco. Mi sa che ti dovevo fracassare la testa in Bosnia - sto per rispondergli - quando dai Pirenei viene giù il primo ciclista capace di realizzare due doppiette consecutive Giro-Tour. Indurain è meno sudato di noi. Ed è così sorpreso da quei due saccapelisti muniti di chitarra da accoglierci con tutti gli onori e prestarsi volentieri alle foto-ricordo, poi ci congeda. "Sappiate che per la stazione di Pamplona c'è un autobus diretto" ci fa. Guardo Marco in cagnesco. Nei sei viaggi successivi non vorrò sentir parlare né di lui né della sua chitarra.

(tratto da Ulisse n.295 - Marzo 2009)

mercoledì 4 febbraio 2009

Orinoco flow

L’aria umida dell’alba è intrisa di cemento e carbone. Il señor Hugo ferma l’utilitaria ad un incrocio della periferia di Ciudad Guayana e mi fa salire. Fra una chiatta e una foratura, prima di mezzogiorno mi racconta la sua vita. Ha fatto l’autista e la spia, s’è sposato due volte e per i suoi sei bambini ha scelto solo nomi italiani. Marinella, Silvana, Dino, Carlo Alberto, Marcello, Ornella. Neanche lui sa spiegarsi perché. Ora lavora nella laguna di Guri, la gigantesca figlia artificiale della diga eretta a 100km dal punto in cui il Caronì imbrunito dai sedimenti organici s’immette nel giallo paglierino dell’Orinoco. Il bacino alimenta la seconda centrale idroelettrica del mondo, una macchina programmata per produrre 10 milioni di kW/h, l’equivalente di 300mila barili di petrolio. Quando arriviamo a Tucupita, sul parabrezza brilla ancora la chiazza rossastra del volatile che ci si è schiantato contro. Saluto e mi guardo attorno. I manifesti dichiarano perentorii che el delta esta con Chavez. A 750 chilometri da Caracas, la propaganda non ha orecchie per il dissenso né il senso del pudore. Alla periferia dell’impero pare che il golpe di tre mesi fa sia stata un’architettura mediatica filo-occidentale e che la marcia di protesta della prossima settimana sarà un flop. Invece parteciperanno due milioni di persone, un rio de gente. Alle soglie della foresta amazzonica, le informazioni dal resto del mondo filtrano anestetizzate e confuse. Sembra tutto superfluo. L’euro è così fresco che nessuno si fida di quelle banconote vivaci, il dollaro è talmente forte sul bolivar che neanche le banche accettano i miei biglietti verdi. Dopo due notti ospite di una famiglia cilena di Puerto Ordaz, sono obbligato ad accettare il cambio in nero proposto da un tappezziere libanese. Ho bisogno di moneta locale per contrattare con un pescatore di nome José Gregorio. La sua imbarcazione è la tipica canoa ricavata da un tronco scavato. Per scivolare nel delta dell’Orinoco, la curiara – come la chiamano qui - è il miglior mezzo. Anzi, l’unico. Capelli ingrigiti e muscoli lucidati, Gregorio carica la barca con una tanica di gasolio, un secchio di manioca e uno di pesce secco, quindi fa salire la moglie - dal broncio proporziale ai tradimenti digeriti - e una giovane indigena. Il pescatore le bisbiglia che per lei lascerebbe la consorte. La ragazza abbassa lo sguardo. Esistono curiare da cinquanta posti, quella di Gregorio ne ha quattro. E l’ultimo è il mio. Il secondo fiume più lungo del Sudamerica zampilla dal massiccio della Guayana, descrive un arco ellissoidale cinque paralleli sopra l’equatore, sfiora l’Auyan Tepuy - la montagna del diavolo – da cui precipita per 979 metri il salto Angel, la cascata più alta della Terra, e alle porte di Barrancas si divide in 40 bracci principali. Quindi si espande per la superficie del Piemonte e dopo 2140km si insinua nell’oceano Atlantico per un fronte ampio 370. La tierra de gracia avvistata per primo da Colombo è un dedalo di isolotti rigogliosi formati dai sedimenti trasportati a valle in quantità così massicce che fra qualche secolo un istmo congiungerà Trinidad al continente sudamericano. Il clima del delta è tropicale, la temperatura media di 27° e l’umidità tanto elelvata che ogni anno piovono fino a 2 metri e mezzo d’acqua. Una quota non irrilevante la assorbo io, quel giorno. E’ qui che scondo Dafoe si arenò Robinson Crusoe. Ed è qui che Alonso de Ojeda, il primo esploratore a risalire l’Orinoco, nel 1499 decise di battezzare l’intera regione Veneciola, piccola Venezia. Da cui, appunto, Venezuela. Da allora, incuranti della scoperta dei giacimenti petroliferi e pressocché insensibili alle sirene del turismo, gli indigeni Warao – letteralmente ‘il popolo delle canoe’ – hanno continuato a vivere su palafitte circondate da ninfee e mangrovie e a trarre il loro sostentamento dal wirinoko, il ‘luogo dove si rema’. La leggenda vuole che siano gli eredi del progenitore universale, l’etnografia che siano migrati dal cuore della giungla, l’antropologia che siano organizzati in base ad una struttura sociale piramidale guidata da capi-villaggio, sciamani e sacerdoti, la cronaca che lottino quotidianamente con caimani e anaconde, rabbia e tubercolosi, piranhas e trafficanti di droga. Sono ventottomila, e pur vivendo in un ecosistema arricchito da più di mille specie di uccelli e nel quale le maree spingono fra i canali grandi quantità di pesce marino a beneficio di scimmie, rettili e toninas, i delfini d’acqua dolce, i Warao disdegnano la caccia. Gli adulti, che insegnano ai bambini prima a nuotare che a camminare, coltivano la palma moriche, una pianta selvatica da cui ricavano frutta, bevande, pane, legno e fibre per realizzare gli oggetti di vimini, i vestiti e le amache. Gli abitanti di un villaggio me ne offrono una per la notte, quando la temperatura del delta dell’Orinoco sprofonda, lo spazio si riempie di legioni di zanzare grosse come ragni e io, per un attimo, rimpiango il cemento. (tratto da Ulisse n.294 - Febbraio 2009)

giovedì 1 gennaio 2009

Fino alla fine del mondo

Terra di tedeschi emigrati tra fiordi e specchi d’acqua andini, la decima regione cilena – quella de los lagos – sfodera un campionario di cittadine insulse alternate a paesaggi da acquerello. Come quello che sbuca dopo 30 ore di sobbalzi ad ovest di Baires, con la sagoma perfetta del vulcano Osorno, incappucciato di bianco e riflesso nel blu cobalto del lago Llanquihue, fiancheggiato da colline verde pastello e circondato da un’aria fresca e rarefatta. La perfezione del cono spezza il fiato per una, due, tre ore. Poi alla quarta mi volto verso il paesino di Puerto Varas. Dove trovo giusto l'annuale Volksfest, il raduno di baffuti nostalgici in braghe alla zuava che bevono Löwenbräu, mangiano würstel e suonano la fisarmonica sotto un tendone, mescolando rigidità teutoniche a note castigliane. Come se la cadenza cilena, dondolante fra lo squittio e il piagnisteo, non fosse già esilarante di suo.
Applicato a facce come quella di Mario&Mario, il dialetto di Neruda è cabaret puro. MarioUno - con la zavorra di un doppio mento che gli cade sul petto – è l’autista del bus che da Puerto Montt punta verso sud. E che prima di affrontare la notte al volante ingurgita una zuppa di patate, tre empanadas, un’insalatona di pomodori e cipolle, una bistecca che nel piatto non ci sta e un dolce alla crema su tre piani. Dinoccolato e inebetito, con la lingua costantemente penzoloni, MarioDue è il suo ayudante. Parafulmine di mestiere, aspirante capro espiatorio, a bordo svolge una serie di compiti ingrati: programma filmacci tipo Fast and Furious (impresa che non gli riesce mai prima del terzo tentativo), colleziona gli improperi dei passeggeri e distribuisce i cosiddetti pasti di bordo. Un medaglione con una fetta di prosciutto alla quarta ora di viaggio e lo stesso medaglione con una fetta di formaggio alla 23ma ora di viaggio. Durante il tragitto, il trabiccolo si fa largo fra i picchi della cordigliera, sfiora il Fitz Roy e il Torres del Paine, poi scivola nella pampa patagonica. Finché, superata Rio Gallegos, si pianta. Due gomme sono scoppiate. “Mira, se vai a Punta Arenas resti bloccato – trillano Mario&Mario mentre li aiuto a cambiare i copertoni –. Da lì i collegamenti con Ushuaia non sono frequenti”. Morale della favola, alla dogana di Monte Aymond scendo dalla corriera. E sollevo il pollice alla caccia di un passaggio per la Terra del Fuoco. Nella prima ora non si ferma nessuno. In quella che segue, solo una dozzina di camionisti evasivi. Infine, alle soglie del tramonto, mi caricano Ramon e Lumi, due signori in età pensionabile disponibili a scarrozzarmi giusto fino al primo incrocio, a due ore di cammino dall'imbarcadero di Punta Delgada. “Cosa pensano i tuoi genitori del fatto che viaggi in autostop?”. Lei è una bacchettona di dimensioni australi. “Non lo sanno. E fino a qualche ora fa non lo sapevo neanch’io”. Non basta. Per guadagnare il passaggio fino al porticciolo devo esporre una filippica pseudosociologica tempestata di frustate etiche su questo mondo che consuma i sentimenti e un sacco di altre cose. Lei vuole sentirsi dire questo. Io voglio arrivare al molo. Affare fatto. Saluto, bacio e mi fiondo sulla chiatta appena in tempo. In italiano si chiama bucio Per la cronaca, il traghetto attraversa lo stretto documentato da Magellano nel 1520. Ma io sono troppo impegnato a saltellare tra i veicoli per accendere un cero alla Storia. E, sempre per la cronaca, sta scendendo la sera. Ma io sono troppo entusiasta per preoccuparmene. Anche perché non so che sull’altra sponda non c’è neanche un capanno. E prima di scoprirlo, quando gli autotreni hanno già acceso i motori, un energumeno mi fa un cenno con la testa. Significa che posso salire. Il benefattore si chiama Daniel Zugarelli, di nonno italiano. 43 anni più sdentati dei 95 della mia bisnonna, trasporta pezzi sfusi in Patagonia e risale a Buenos Aires carico di televisori e frigoriferi. Daniel succhia il mate, parla a monosillabi e guida svogliato, ma ha la media realizzativa del Batistuta dei bei tempi: quattro figli, una decina di amanti e una serie di cartucce da 20 pesos sparate ogni volta che parcheggia ad Asuncion. Inevitabile – sostiene - quando si passano 35 giorni di fila lontano dalla moglie. Inevitabile non lo so, comprensibile forse. Ma il punto è che l'istinto del gol uno ce l'ha nel sangue. Ed è ereditario. Per questo lui è già nonno, mentre quel figlio di monogami incalliti che sono io non batte chiodo dai tempi dell'afta epizootica. Ci vogliono quattro ore sotto una luce rosata per percorrere 150km sterrati e battuti solo dai guanachi. “Hai mangiato?” mi chiede a metà dell’opera. Effettivamente sono fermo al pane e formaggio di MarioDue e forse la mia faccia spiffera che mangerei anche quella minestrina in polvere allungata nella brocca piena dei suoi avanzi. “Tu sei matto” sussurra lui, senza che gli abbia neanche raccontato il mio incontro ravvicinato del terzo tipo coi cartoneros. Poi però mi offre una bistecca di vitello con rosso di Mendoza, mi invita a passare il Natale in famiglia e, quando cala la notte, accosta il bestione accanto al cartello Las Malvinas son argentinas. All’ennesimo confine. Daniel si sistema sul lettino dietro la tenda, io compenso con lo zaino il vuoto tra i due sedili anteriori e mi accuccio. All’alba mi sveglio con naso e piedi congelati in punta e un accenno di lombalgia. “Cuidate, loco! - mi urla quando mi scarica a Rio Grande – e guarda che ad Ushuaia è tutto pieno. Hai prenotato?”. Ovviamente no. E sono troppo stanco e sollevato per curarmene prima di sbarcare nel centro abitato più meridionale del pianeta.
Ushuaia è fotogenica come una scarpiera da bagno, ma è la fine del mondo di nome e di fatto. Impallinata da un vento assassino, abbarbicata a montagne dalle pendici annerite ed esposta al canale Beagle, che scorta il mare verso i ghiacci antartici, la città scoppia di turisti. Ma non le manca il fascino della frontiera. Passeggio a lungo prima di bussare al Refugio del mochilero, ché il nome ispira proprio quello di cui ho bisogno. Calore. “Hai prenotato?” Victor, l’omino della reception, di notte alza il gomito e di giorno ne sconta le conseguenze. Intuisco, prendo fiato e improvviso. "Io personalmente non ho potuto, visto che viaggio ininterrottamente da 50 ore. Ma al mio amico Christian avevo chiesto di riservare a nome mio. Controlla, per favore…". La palla è campata in aria. Ma desidero un letto così ardentemente che la frottola ha l’inerzia della verosimiglianza e la forza della verità. Victor scartabella. “Christian come?”. Già, il nome è plausibile dall'Alaska alla Nuova Zelanda. Esclude a priori solo i tizi con la galabia e quelli con gli occhi a mandorla. “Che domande, Victor... ho sonno… non me lo ricordo!”. “Sei un casino – sbuffa –. Comunque per ora prendi il letto n.12. Magari quello che ha prenotato non si presenta”. E in effetti va così.

Quello che aveva prenotato non si presenta.
(tratto da Ulisse n.293 - Gennaio 2009)

lunedì 1 dicembre 2008

A spasso con Mustafà

La fettuccia rossa serpeggia anarchica sul linoleum prima di incocciare un cubo di formica, opaco come la vetrata che svela la notte di Beirut. Nessuno straniero in fila. Il doganiere sfoglia il mio passaporto, sbadiglia, e mormora qualcosa al collega. “Dove vai?”. “A casa di un amico”. “Come si chiama?”. “Mustafà”. “Mustafà… E poi?”. “Boh… Mustafà”.. All’ufficiale scappa un ghigno e non riesco a dargli torto. Là fuori ci saranno decine di migliaia di Mustafà, ma purtroppo l’unica cosa che so dell’uomo che mi aspetta nel parcheggio è il nome di battesimo. Che poi chissà se si dice battesimo, trattandosi di un musulmano. Il cognome avrei dovuto chiederlo a Bassam, l’omino olivastro che a metà giugno aveva scavalcato la finestra della mia camera e si era messo a scavare tracce sulle pareti, blaterando che se volevo conoscere il Libano lui sapeva chi faceva al caso mio. Suo suocero Mustafà - all’occorrenza sindaco, coltivatore terriero e accompagnatore di businessmen sauditi - aveva un tetto da offrirmi. Il muratore non aveva finito di formulare la proposta che avevo accettato. E un mese dopo ero atterrato all’aeroporto. “Sai almeno dove abita?”. Con lo sguardo minaccio il doganiere di raccontare i dettagli dell’antefatto. In un attimo mi ritrovo fuori. Mustafà è il pater familias di una dinastia che abbraccia tre generazioni di cugini coniugati coi cognati e di nipoti sposati coi vicini di casa. Più che un albero genealogico, una matassa di parentele intrecciata con divorzi, affidamenti e convivenze a distanza di oceani. Ogni mattina la stirpe si riunisce davanti ad un piatto di manaish con zatar e si cimenta in tenzoni a base di uova sode – tanto vince sempre il nonno - poi s’incastra nel furgone di famiglia. E io mi accodo.
Con 730 auto ogni mille persone, il Libano è lo Stato col più alto numero di vetture pro capite al mondo. E con 358 abitanti per km2 su una superficie pari a quella dell’Abruzzo, è anche il più densamente abitato del Medio Oriente. L’incrocio dei due dati genera un traffico selvaggio, scandito da regole che col codice stradale c’entrano poco. Al volante ci vuole pazienza e fatalismo. Virtù endemiche in una regione che è stata nel mirino di fenici e francesi, passando per assiri, persiani, greci, romani, arabi, ottomani ed inglesi, e connaturate ad una Repubblica che riconosce 18 confessioni e in Parlamento ne rappresenta la metà. Insomma, armato di pazienza e fatalismo, fra un cocomero e un sorpasso avventato, un check-point, un’esercitazione siriana nella valle della Bekaa e un raid aereo a sud*, Mustafà mi guida alla scoperta dei patrimoni dell’Unesco del Paese. Byblos, che già nel neolitico era un villaggio di pescatori e che con i suoi 9 millenni di storia è la più antica città del mondo abitata con continuità, le meravigliose rovine di Baalbek, quel che resta dei cedri di Bcharré - culla e tomba di Kahlil Gibran – e i monasteri maroniti della valle di Kadisha. Ma anche del porto di Sidone, del suk di Tiro, delle grotte di Jbail, di un trapezio di cemento zeppo di carri armati sovietici chiamato “monumento alla pace”, e della Corniche di Beirut, il lungomare che fra yacht club, luna park e alberghi di lusso ospita anche il bar più microscopico della Terra: una capanna abbarbicata di fronte ai faraglioni che incorniciano la discesa del sole nel Mediterraneo e gestita da tal Abdallah. Infine, all’alba del quinto giorno, proseguo verso la Siria. Mustafà mi lascia davanti alla grande moschea di Tripoli, e bofonchiando un saluto affettuoso mi propina l’ennesima anguria. Riparato dalle fronde di un sicomoro lo ringrazio con un timido shukran e ingurgito controvoglia. In tutto questo tempo non c’è stato verso di fargli capire che il cocomero mi fa proprio schifo.
(tratto da Ulisse n.292 - Dicembre 2008)

*per le due o tre persone alle quali non ho ancora raccontato la storiella delle bombe, l'appuntamento è con il libro prossimamente in un uscita nelle migliori salsamenterie.

sabato 1 novembre 2008

Mediterraneo

In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare (Henri Laborit)

Il boato scuote l’aria, il bastione di Santa Barbara e la volta calcarea del Victoria Gate, la più antica porta d’accesso alla Valletta, color miele come ogni costruzione nata nelle cave di Birzebbuga ed eretta a Malta sin dall’età del bronzo, quando gli abitanti dell'isola veneravano la Dea della fertilità. Cerco un volto scosso almeno un terzo del mio, ma nessun inquilino del Grand Harbour mi asseconda. Mi guardo il polso, è mezzogiorno. In un Paese che ha imparato a convivere col vuoto azzurro che lo circonda e col pericolo delle incursioni nemiche ma non con le proprie superstizioni (il diavolo s'inganna costruendo sugli edifici due orologi dalle lancette in perfetto disaccordo, la malasorte s'allontana disegnando un occhio sui luzzi, le tipiche barche di legno), lo scorrere senza intoppi della vita si annuncia con fragore, non con un cucù. Almeno è una fortuna che il compito non tocchi al cannone che punta il mare da Fort Rinsella, penso: con la sua canna di 10 metri sparava colpi a 3 miglia di distanza, con 100 tonnellate di peso è – nel suo genere - il pezzo di artiglieria più grande del mondo. Un suo segnale orario sbriciolerebbe il tempio megalitico di Ggantija e obbligherebbe la pro-loco a trovare un nuovo appellativo per Mdina, l’ex capitale barocca, la “città del silenzio”.
Spuntata arida e rocciosa dalle viscere del Mediterraneo, ultima traccia dell’istmo che un tempo collegava la Sicilia all’Africa, Malta sorge esattamente a metà del cammino fra Gibilterra e Libano, al centro dell’ombelico salato del pianeta. Su questi scogli benedetti da Eolo si è sistemata ogni sorta di stirpe, si sono incrociati ordini monastici e associazioni esoteriche, commercianti e massoni, l’evangelista Luca e l’apostolo Paolo hanno seminato una religiosità fiera e arcigna, esibita in 365 chiese spettacolari, Caravaggio ha trovato la libertà, l’ispirazione e la prigione, i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni hanno resistito all’assedio dei turchi, Napoleone ha dato prova della sua astuzia e gli Inglesi del loro potere d’attrazione imperiale, spezzato solo 40 anni fa dal referendum che ha preceduto l’ingresso nell’Europa politica e monetaria. E sempre qui, secondo Omero, la ninfa Calipso ha amato Ulisse, offrendogli invano l’immortalità. Arcipelago sempre conteso fra fedeli e infedeli, esposto alle intemperie della storia e del clima, bagnato dal sole anche a Natale, spazzato dal vento anche a Ferragosto, l’eclettica e multiculturale Repubblica di Malta oggi punta forte tanto sulla storia quanto sulle potenzialità glamour: i wine bar trendy lungo la passeggiata del porto, le discoteche di Paceville, i ristoranti chic e i casinò frequentati per ragioni araldiche anche dai nobili del continente, attirano ogni anno centomila italiani, duecentomila tedeschi e mezzo milioni di britannici. E ancora, l’affascinante contrasto fra i campi da golf di Marsa e il mercato del pesce di Marsaxlokk, fra la rotunda di Mosta, una delle cupole più grandi della cristianità, e le immersioni nei fondali turchesi, fra le guide multimediali ai musei archeologici e il teatro di strada, fra il soggiorno nelle farm-house di Gozo e i set cinematografici di Troy, Braccio di Ferro e Il Gladiatore, tutto produce l’effetto del dado nel brodo di un’industria, quella turistica, che costituisce il 24% del PIL nazionale e che dà lavoro a 27 maltesi su 100. Così, al calar del sole, le anime dell’arcipelago si svelano in tutta la loro inafferrabilità: mentre gli ultimi Ford Plaxton, i caratteristici autobus gialli, scorrazzano per le cittadine, i veicoli del ministero delle infrastrutture puliscono le vie della capitale, i punti di ristoro per gatti si riempiono di felini e Gigi D’Alessio si esibisce in una piazza, Paul Oakenfold, Erick Morillo e i dj di fama internazionale richiamano 3000 ragazzi sulla pista dell’Axis Megaclub. Da una parte la musica trance e hip hop pompa sotto le luci laser fino all’alba, dall’altra le scintille purpuree dei fuochi di artificio delle feste patronali solleticano il cielo. E a mezzanotte si spengono con discrezione.
(tratto da Ulisse n.291 - Novembre 2008)

p.s. Poi ci sarebbe la storia di George, sopravvissuto ad orfanatrofi, salvation army e guerra delle Falkland, e vivente in cicatrici, tatuaggi, crocifissi e una serie di disgrazie familiari che neanche dolce Remì.

n.b. non si fece ricorso ad alcun filtro.


...e c'è un nuovo DarioTube

domenica 5 ottobre 2008

Balkan Express

I ricordi erano le immagini surreali di un incubo. Il buio sfumato da una lunetta impertinente, il rauco sferragliare del treno sui ponti, il binario 4 della stazione, l’insegna Бeoгpaд, l’intervento della milizia, il fermo. Poi l’accusa, l’interrogatorio, le minacce, i fucili. Fino a Dimitrovgrad, frontiera bulgara. Era una sera d’estate del ‘95, il mondo non conosceva ancora l’orrore di Srebrenica, ma per l’Occidente Belgrado era già l’unica responsabile di un’orribile guerra fratricida. Per me - da allora – era stata soprattutto un rischio più grande dei miei 19 anni. Così ora, dopo il settimo smembramento territoriale della ex Jugoslavia, ora che l’ex città-guida degli slavi del sud si è riscoperta una metropoli sempre meno sostenuta dalla Russia, ora che la capitale del Paese non allineato e della Terza Via si limita a trascinare uno staterello che non vedrà mai più il mare, era il momento di tornare all’ombra della Sveti Sava, la cattedrale ortodossa più imponente del mondo. Dove temevo di trovare una Belgrado rabbiosa e impotente, svuotata di energie e di speranze. E dove invece ho trovato l’orgoglio dell’ennesima rinascita. E tanta bellezza. Fondata 2500 anni fa da una tribù celtica, gli Scordisci, conquistata da romani, bulgari, unni, ostrogoti, ottomani, austro-ungarici e nazisti, distrutta 40 volte e battezzata in 13 versioni diverse, la città bianca del III millennio è un salotto accogliente di giorno e un turbine di vitalità di notte. Subito ti sorprende. Poi, lentamente, ti seduce. Solo 15 anni fa il costo della vita cresceva 2.839 volte al mese, e per tenere testa al più grave fenomeno inflazionistico mai registrato si stampavano banconote da 500 miliardi di dinari; oggi la Banca Mondiale scommette su un potenziale di crescita tremendous. Solo dieci anni fa, 80 giorni di bombardamenti della Nato sventravano il quartier generale delle forze armate di Milosevic e scavavano cicatrici sulla pelle dei serbi; oggi il Financial Times la elegge città del futuro dell’Europa meridionale. C’è chi la definisce la nuova Praga, per le 13 gallerie d’arte, per i caffé dei borghesi bohémiens di Skadarska, per i 9.000 fra concerti, mostre, spettacoli e opere teatrali che organizza annualmente, per la vitalità di Kneza Mihailova, la strada pedonale dello shopping e delle birrerie, dei gelati e dei pop-corn, per la fortezza Kalemegdan, dalla cui altura si scorgono le acque della Sava confluire nel Danubio. E per le discoteche, i pubs, i ristoranti dai nomi singolari come “?” e le decine di musei. Belgrado ne dedica uno ad Ivo Andric, il poeta nazionale premio Nobel nel ’61, e uno al maresciallo Tito, Josip Broz. Bosniaco il primo, figlio di un croato e di una slovena il secondo, come se la storia recente non fosse riuscita a tranciare il cordone ombelicale con i vicini. Sloveni, croati, montenegrini, bosniaci e macedoni rappresentano il 40% degli stranieri che annualmente visitano Belgrado (seguono gli italiani, con 20.000 arrivi e il 6% del totale), la cui presenza aumenta del 20% ogni stagione. Per riceverli, in città sono spuntate decine di strutture alberghiere e trenta nuovi ostelli. Uno sorge proprio davanti alla stazione ferroviaria, dove mi affaccio per dare un calcio a quei ricordi lì e dove un poliziotto mi blocca, proprio sul binario 4. Vuole spiegazioni. Ho la coscienza limpida, stavolta. Eppure estraggo i documenti teso come un lampione. L’uomo in divisa mi domanda perché parlo russo, perché scatto foto, qual è il mio lavoro, perché ho tutti quei timbri sul passaporto e soprattutto dove vado. “In Kosovo” rispondo. “Quello non è un posto per stranieri” replica secco. Poi solleva il berretto dagli occhi e ridacchia: “Non è mica come Belgrado”.
(tratto da Ulisse n. 290 - Ottobre 2008)

domenica 21 settembre 2008

Quattro matrimoni e un funerale


"...e domani sereno
volerò in braccio a Dio
tra papaveri e treno
perché là è il posto mio".
(Stefano Rosso)

venerdì 1 agosto 2008

A kind of magic

Quella mattina Atene si svegliò sotto una cupola di nuvole bluastre, freddata da uno strano scirocco e sciacquata da una pioggerellina molesta. Lasciai lo zaino nel deposito dell’aeroporto, sincronizzando l’orologio con quello sistemato accanto al countdown dei Giochi. Nei miei ricordi la capitale greca era sì il simbolo e il museo della cultura occidentale, ma anche e soprattutto un cantiere aperto, costantemente picchiato dal sole e condannato a inalare smog. Prima del rientro in Italia avevo tutta la giornata e tutta l’intenzione di integrare l’immagine della culla della filosofia e della scultura, della letteratura e della democrazia con qualche input alternativo. Ma il piano crollò miseramente sul bus che scivolava verso il centro, quando una giovane donna con la chioma increspata, la tinta innaturalmente vermiglia e lo sguardo spiritato elemosinò un’informazione prima di presentarsi. “Sono Vanessa, in arte Jadestar”. “Quale arte, se posso?”. “Leggo le carte e le sfere di cristallo, predico il futuro, guarisco con le mani e lotto contro gli spettri”. Poi aggiunse qualcosa di poco intellegibile sui transformational week-end.
Viaggiare significa incrociare orde di figuri stravaganti, ma Vanessa Buss da Città del Capo era una spanna avanti a tutti. Quel 25 dicembre 2002, poi, era sola, spaesata, con un contatto incerto, il portafoglio secco secco e tanti, troppi bagagli. L’identikit di chi ha assoluto bisogno di compagnia. “Ti dispiace aiutarmi?”. Appunto. Le mie spalle orfane dell’Invicta viola costituivano un bocconcino irresistibile per il suo sovraccarico di ammennicoli: mi ero liberato del mio fedele compagno di viaggio per finire schiavo di due borsoni zeppi di abiti neri, tarocchi e altre amenità. Quando scesi davanti al milite ignoto di piazza Syntagma ero già diventato mio malgrado il portantino di una sudafricana che sul biglietto da visita aveva fatto scrivere ‘Credo in Dio, negli Angeli e nella Reincarnazione’ e le cui attività spaziavano dai filmini dei matrimoni all’house cleansing, la bonifica delle case infestate da malocchio e spiritelli. “Dove ti accompagno?” le domandai. Vanessa si strinse nelle spalle. Con il numero di telefono di un conoscente di terzo grado che non intendeva disturbare prima di sera e un budget di una manciata di euro, a lei non restava scelta. Per la proprietà transitiva ero incastrato. L'unica attività che potevamo permetterci era camminare per le strade dell’agglomerato che ospita un terzo della popolazione greca, fradici come pulcini e zavorrati come portacontainer. Sperando che in quella mattina acerba, in cui Atene era ancora intorpidita, almeno il cielo fosse clemente. Macché.

Fra un mugugno mio e un improbabile resoconto suo sfioravamo la zona di Plaki e affondavamo nel quartiere di Monastiraki - le aree abitate più antiche della città - trovando gli unici segni di vita solo nelle chiese bizantine, dove i fedeli ortodossi si riversavano per le prime Messe natalizie. Di fronte alla cattedrale del XIX secolo, Vanessa assestava il colpo definitivo alle mie velleità: “Prima di cercare un hotel voglio vedere l’Acropoli, mi accompagni?”. Se non ci fossero stati la notte insonne sul volo da Johannesburg, i borsoni e la pioggia, l’idea non sarebbe stata neanche malvagia. Solo che, oltre a tutto questo, il monumento che 25 secoli fa Pericle aveva eretto in onore della grandezza della polis, era chiuso ai visitatori per le feste. La scarpinata era stata vana, e al di là della cancellata, due custodi ci vennero incontro per confermarcelo. La donna fulminò il primo dei due. “Tu hai un problema al ginocchio e al piede”. Il tizio, leggermente sorpreso, sorrise sotto i baffi. “E’ vero, anni fa ho avuto un incidente…”. “Avvicinati e fermati!” lo interruppe lei. Con gli occhi serrati e le mani tese in avanti, Vanessa cominciò a scorrerne il corpo, mantenendosi ad un palmo di distanza. Il guardiano greco sbirciò attorno con sospetto, e con incredulità ammise di sentire il calore emanato dalla guaritrice. “Ecco, adesso il dolore è sparito” concluse lei dopo qualche minuto. Una certezza senza un punto di domanda. “Ora ci fai entrare?”. Nonostante l’imbarazzo, l’uomo ci accordò lo sfizio. E per qualche istante potemmo gettare uno sguardo sui fregi bagnati del Partenone e sulle korai umide dell’Eretteo, evitando di entrare nel cono di luce delle telecamere a circuito chiuso e soprattutto di avvicinarci ai cani da guardia.
Sulla scia del successo, con lo stesso stratagemma Vanessa si assicurò anche un tramezzino in un bar e lo sconto in un alberghetto nel quale aveva infine deciso di ritirarsi. Prima di tornare all’aeroporto, la mia curiosità vinse la punta di vergogna e il mix razionale di scetticismo e diffidenza. Chiesi a Jadestar di mostrarmi quelle capacità che lei continuava a chiamare poteri. Sul viso, sul torace e sulle gambe, la vampata sprigionata dalla sua concentrazione allenata era percettibile. “Sento un problema agli occhi - mi disse senza che le avessi accennato alle varie operazioncine cui mi ero sottoposto negli ultimi mesi – ma ora è risolto, superato”. Infine consultò le carte e aggiunse: “Nel tuo futuro vedo un lungo viaggio in treno”.

Il dottor Ricci ci mise un po' a trovarli. Poi confermò che fra palizzate e bave di lumaca, la mia retina era sempre bucherellata come uno scolapasta.

Ma almeno sei mesi dopo partii per la Transiberiana.
(tratto da Ulisse n. 288 - agosto 2008)